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SUL SET DI LONG GONE DAY"
Non amo le presentazioni, ma credo nella conoscenza. Una conoscenza profonda degli strumenti tecnico-analitici per raggiungere l'espressività. Una conoscenza multiforme per creare una manifestazione artistica di comunicazione.
Una conoscenza esistenziale da raccontare in maniera visiva. Mi piace definirmi un essere audiovisuale, perchè il raggiungimento gnoseologico al quale punto, segue i sentieri della percezione. Ecco perchè il cinema. Ecco perchè la regia. Parafrasando, potrei dire che "la vita, nel suo quotidiano, mi annoia, mentre il cinema mi consola", ma è nel serbatoio delle esperienze di vita che rintraccio le mie motivazioni. Fin dai primi anni di coscienza artistica ho sempre creduto nella radicale e continua distruzione dello Status Quo, delle regole stabilite (vedi Jean-Luc Godard).
Ho sempre creduto nella rimodulazione del linguaggio e nella sua assunzione a purezza di messaggio. Ho cercato tutto ciò, attraverso il decadente e coinvolgente abbandono dei sensi ed ho esteriorizzato questo giocando con il visivo una attenta partita a scacchi (Il settimo sigillo - I. Bergman).
Credo che ogni inquadratura abbia un valore politico preciso, e per politico intendo delicato, perchè quello che ogni aspirante regista mette in una cornice è uno spazio narrativo ben preciso, giustificato e che ha la responsabilità di rappresentazione del reale, anche quando ci si approccia per stili surreali. Infine credo nel trasferimento della conoscenza cinematografica ed è per questo che ho accettato di far parte di questa scuola. Mi figuro sempre una visione sacerdotale di questa applicazione artistica.
E' una religione dove sciamani, depositari di anche se piccole conoscenze, hanno l'obbligo sentimentale di trasmettere il verbo cinematografico. Nutro da molto una forte passione per questo mestiere e sono pronto a mostrarvi l'inizio della strada che conduce al suo altare.
Antonio Cola.
18/06/2008